Elogio funebre del manicomio elettrico

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Va in scena il 28 e 29 marzo al teatro Puccini di Firenze Ascanio Celestini con ” La pecora nera-Elogio funebre del manicomio elettrico”.
È considerato uno dei rappresentanti della seconda generazione del cosiddetto teatro di narrazione: i suoi spettacoli sono fatti di storie raccontate e sono preceduti da un lavoro di raccolta di materiale lungo e approfondito. L’attore-autore fa quindi da filtro, con il suo racconto, fra gli spettatori e i protagonisti dello spettacolo. L’attore in scena rappresenta sé stesso, anche quando parla in prima persona: è qualcuno, il protagonista, che racconta una storia.
Con “La pecora nera” Celestini ci presenta il suo studio approfondito e antropoligico di chi ha vissuto e chi ha lavorato in un manicomio. Il suo non è il classico studio giornalistico-redazionale senza sentimento sui malati di mente prima e dopo la legge Basaglia.
Celestini si trasforma in Nicola, il protagonista, che ci narra la sua vita dai suoi ricordi adolescenziali ( come la nonna che raccoglie le uova), il suo amore per Marinella e i favolosi anni ‘60 che hanno…sapore di sale. Nicola con il suo racconta ci porta fin dentro l’istituto, la cui unica via di uscita, l’unica boccata di ossigeno diventa l’uscita settimanale al supermercato, che lui vede colorata e come antitesi agli psicofarmaci, paragonando quasi il supermercato ad una città splendida.
Il tutto incentrato sul succo di tutta la narrazione: la paura, la paura di vivere, la paura di crescere, uscire e vivere. I rifugi?A questo punto i rifugi sembrano le cose piu accetabili, come l’elettroshock ed è qua che i malati di mente passano ad essere visti come santi,
le loro anime illumineranno il cielo mentre il corpo terreno è adottato dalla scienza, quindi abbandonato nei manicomi.

“Non ci creda a chi dice: “l’omo e la bestia so’ la stessa cosa”. Non ci creda! L’omo e la bestia c’è sempre una differenza.
Noi quando andavamo sotto ai rifugi durante i bombardamenti, nella guerra, sa’, io non ero mica un regazzino.
Il rifugio stava sotto alla casa del prete e noi dicevamo che la sotto ce stavano i topi.
Quando c’andavamo che suonavano le sirene, sa’, al buio senza manco ‘na luce me pensavo: mo’ arrivano i topi e ci divorano a tutti!
Una paura!”
Ascanio Celestini

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